A Sona solo otto strade sono dedicate a donne. La storia della toponomastica al femminile sul nostro territorio

Secondo una recente indagine di Livia Capasso, cofondatrice dell’associazione Toponomastica femminile, che ha come obiettivo la diffusione di una cultura di parità di diritti anche attraverso i nomi dei luoghi pubblici, nel Comune di Verona sono pochissime le strade e le piazze che ricordano figure femminili.

Più in generale, su tutto il territorio nazionale le indagini evidenziano una scarsa presenza di spazi urbani dedicati alle donne, quindi anche la toponomastica dimostra come la Storia le abbia spesso e volentieri messe da parte, dimenticandole o non reputandole abbastanza degne di memoria. La maggior parte delle vie e piazze italiane, infatti, sono legate a nomi maschili, siano essi santi, politici, letterati, scienziati o navigatori.

Abbiamo voluto verificare se anche a Sona la situazione ricalca quella veronese e nazionale.

Analizzando le quattrocentocinque vie, piazze e località del nostro Comune, si può notare che solo un esiguo numero è legato a nomi femminili. Il gruppo più nutrito è quello connesso alla fede: abbiamo strade dedicate a Santa Caterina, Santa Lucia, Santa Rita, Sant’Anna e Madre Teresa di Calcutta a Sona mentre via Santa Giustina si trova a Palazzolo. E’ presente poi la strada intitolata alla Regina della Pace, in segno di devozione alla Vergine.

Per trovare delle donne che non siano note per meriti religiosi, si deve andare a Palazzolo, dove esiste una via legata a Grazia Deledda, scrittrice sarda vincitrice del premio Nobel per la Letteratura, e una ad Ada Negri, poetessa che ebbe per prima accesso all’Accademia d’Italia. E poi? E poi basta.

Non una partigiana, una scienziata, un’artista, un’attivista. Su quattrocentocinque strade e piazze, anche di recentissima creazione, solo otto sono al femminile.

Se si passa ad analizzare i nomi attribuiti agli edifici scolastici, compare un solo nome di donna: la Scuola Secondaria di I grado di Lugagnano è dedicata ad Anna Frank, la giovane ebrea olandese, morta in un campo di concentramento e divenuta famosa in tutto il mondo per il suo Diario, in cui racconta la sua vita nell’alloggio segreto, dove sfugge per qualche tempo dalla persecuzione nazista.

Per quanto riguarda le chiese, ma qui il discorso è ovviamente un po’ diverso, troviamo a Sona la Chiesa di San Quirico e Giulitta. Giulitta era madre di Quirico ed entrambi morirono martiri intorno al 305 d.C. A Lugagnano la Chiesa parrocchiale è legata, oltre che a San Rocco, a Sant’Anna, mentre la Chiesa di Palazzolo vede, accanto a San Giacomo, Santa Giustina, padovana martire sotto il dominio di Diocleziano, negli stessi anni in cui furono giustiziati Quirico e la madre Giulitta.

Volendo proseguire l’analisi, anche i parchi pubblici vedono una netta prevalenza di nomi maschili. Riassumendo, anche se è ovvio che per intitolare una piazza, una via, una scuola o un giardino si devono seguire specifici e rigorosi criteri, la scelta potrebbe essere davvero più variegata, perché le denominazioni femminili risultano davvero troppo poche. Per esempio, è un fatto molto curioso, per non dire stranissimo, che una donna come Giulietta Capuleti, simbolo della nostra bella Verona, esaltata dai versi shakespeariani, non compaia in nessuna via del Comune cittadino.

Le donne in passato erano spesso invisibili, nonostante i loro innegabili meriti. Può essere significativo ricordare a questo proposito che nel passato le scarse testimonianze di partecipazione femminile alla vita pubblica della nostra Nazione si spiega anche col fatto che troppo tardi vennero loro aperte le porte dell’impiego statale e soltanto nel 1946 votarono per la prima volta.

Una delle ragioni per cui nel passato la presenza delle donne in politica e nel mondo del lavoro era così esigua è riconducibile al ruolo che rivestivano all’interno delle dinamiche familiari: avevano spesso prole numerosa e a loro, in maniera quasi esclusiva, era demandato il compito di allevarla.

A loro era anche affidata la cura della casa con le varie incombenze ad essa annesse, dal momento che i mariti a quel tempo non si sentivano in dovere di aiutare nelle faccende domestiche. Questo lasciava alle donne scarsa libertà, poco tempo e poche energie per dedicarsi ad altre attività o passioni.

Alla fine dell’Ottocento e anche nella prima metà del Novecento la disuguaglianza non era evidente solo nell’esclusione dalla partecipazione politica o da certi tipi di professioni, ma anche nell’impossibilità di gestire liberamente la propria vita e i propri beni, che erano sempre subordinati al volere del padre e o del marito.

Per dire, fino al 1983 era in vigore il cosiddetto ius corrigendi del marito nei confronti della moglie, l’adulterio della moglie fino al 1969 era reato e solo nel 1975 venne a cadere la “patria potestà” esclusiva del marito nei confronti della moglie.

Non sono pertanto molte le figure femminili rilevanti nel tessuto sociale sonese del passato o di cui sono conservate testimonianze storiche. Eppure in Italia e anche a Sona quelle che in passato si sono fatte notare non per essere state “mogli di” ma per aver autonomamente lasciato un segno forte nella storia sono più di quante si potrebbe immaginare.

Studiando i documenti comunali, si può notare come tra la fine dell’Ottocento e nella prima parte del Novecento le sonesi pian piano si mettano in luce attraverso la loro intelligenza acuta, la capacità imprenditoriale, mentre la partecipazione attiva in politica arriva più tardi.

Solo a partire dagli anni Settanta del Novecento, infatti, il femminismo italiano portò a una ribellione nei confronti del sistema patriarcale e quindi anche alla fine della netta separazione dei compiti, che fino ad allora vedeva le donne a casa, impegnate nel mettere al mondo ed allevare la prole, e il marito fuori, a produrre e occuparsi di politica.

Volendo ricordare alcune donne significative del nostro Comune, famosa ad inizio Novecento era Annita Teresita Panini-Finotti, di professione levatrice. Questo era un mestiere da sempre appannaggio delle donne, fondamentale per la sopravvivenza della società contadina ed operaia di un tempo, poiché aiutava a far venire al mondo i figli, fondamentali risorse dei nuclei familiari poveri di un tempo. La levatrice o “mammana”, come era spesso chiamata allora, entrava a far parte della vita più intima della comunità poichè dalla sua esperienza e capacità dipendeva la discendenza, l’identità familiare. In un mondo in cui era molto frequente la morte per parto, le sue indicazioni erano preziose per evitare le febbri che potevano colpire le puerpere. Annita Teresita Panini-Finotti era nata ad Erbè nel 1895 e venne a vivere a Sona nel 1919, sposando Beniamino Manzato, di professione sensale. Fece nascere moltissimi bambini nel nostro Comune ma – ironia della sorte – non ebbe figli suoi, anche dopo essersi risposata una seconda volta.

Clotilde Fiorini.

Clotilde Fiorini, nata a Palazzolo nel 1878, fu una cattolica fervente, benefattrice della parrocchia, che aiutava anche finanziariamente, oltre ad occuparsi degli arredi e del decoro della chiesa. Nubile, si interessò all’asilo infantile e riuscì ad affidarne la gestione alle suore Carmelitane di Torino. Lasciò alla parrocchia due case, di cui una fu venduta dal parroco don Giancarlo Brunelli per ricavarne fondi da investire nella costruzione di un nuovo asilo, mentre l’altra, detta “Casa Clotilde” in suo ricordo, è ora utilizzata per le opere parrocchiali.

Roma Angela Principe, di San Giorgio in Salici, rimase nubile e visse sempre con le sorelle e il fratello, con cui creò una vera impresa commerciale. Le sorelle Tersila e Maria si occupavano di una bottega di generi alimentari, il fratello Umberto dell’acquisto, vendita e macellazione del “castrado”, mentre Roma gestiva l’osteria, dove cucinava anche personalmente le trippe. Fino agli anni della prima guerra mondiale si fermavano presso la sua taverna anche i militari austro-ungarici. Era anche una donna di una certa cultura: fin da giovane era abbonata a L’Arena, che leggeva e a volte commentava con gli avventori dell’osteria di San Giorgio. Morì nel 1976.

Bianca Bendinelli (nella foto sotto il titolo) nacque a Lugagnano nel 1888; sposò Mazzi Carlo “Patina” ed ebbe tre figlie, le famose “Patine, quelle del Bar”. Bianca era conosciuta per essere la cuoca più brava della frazione: nella sua osteria venivano a mangiare anche molte persone dei paesi vicini, attirate dalla fama delle sue trippe.

Sempre di Lugagnano anche Mazzi Petronilla Giovanna, nata nel 1921, che divenne una Madre Generale Missionaria Comboniana, quindi rivestì in ambito religioso un ruolo di grande prestigio.

Primetta Guglielmi
Primetta Guglielmi

Nella seconda parte del Novecento le donne fecero finalmente il loro ingresso in politica. A questo proposito, Prima Guglielmi fu la prima donna a far parte del Consiglio Comunale. Prima, conosciuta come “Primetta”, nacque nel 1927, si diplomò maestra elementare nel 1945 ed iniziò ad insegnare nelle prime scuole serali per adulti del dopoguerra e quindi in quella pubblica, a San Giorgio e a Lugagnano. Per conto della Democrazia Cristiana, fu eletta Consigliere comunale dal 1960 al 1965. Questa elezione ebbe una portata storica, in quanto fu la prima donna a ricoprire tale carica nel nostro Comune. Pur provando un certo imbarazzo iniziale nel dover partecipare come unica presenza femminile ai consigli comunali, fu accolta con molto simpatia. Attorno alla maestra “Primetta” Guglielmi ci fu sempre molto affetto e stima a Lugagnano, per cui si è deciso di dedicare a lei l’Aula Magna della Scuola Secondaria di I grado “Anna Frank”, che da poco ha visto completati i lavori di riqualificazione. Oltre al nome della maestra Prima Guglielmi, l’edificio scolastico della frazione si lega alla figura di Anna Frank e si dimostra un caso più unico che raro, in quanto vede i nomi di ben due donne collegati ad un edificio pubblico nel nostro territorio. L’idea di associare l’edificio scolastico ad una docente e consigliera comunale che tanto ha fatto per la comunità è sicuramente lodevole.

E’ auspicabile che a breve si ripeta l’esperienza in ambito comunale, dedicando qualche strada o edificio pubblico a donne italiane di rilevanza locale, nazionale o straniera, che si siano dimostrate validi esempi tanto quanto gli uomini. Ce ne sono moltissime e di grandissimo spessore, sicuramente modelli per le nuove generazioni; non sarebbe bello, infatti, avere una via Rita Levi Montalcini o una strada intitolata a Margherita Hack?

La toponomastica potrebbe divenire davvero più inclusiva nei confronti delle donne, anche nel nostro territorio.

About Chiara Giacomi

Nata a Verona nel 1977, ha conseguito la laurea in Lettere presso l'Università di Verona e l'abilitazione all'insegnamento presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Sposata, con due figli, insegna Lettere al liceo.

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