“E se provassimo a fare una maratona?” Cronaca di un sogno che da Sona diventa realtà

E’ risaputo che chi fa sport è più attivo, dinamico ed ha una visione in genere più positiva della vita. E’ forse per questo che migliaia di persone solo nella provincia di Verona, e anche a Sona, ogni domenica mattina con qualsiasi tempo ed in qualsiasi stagione si ritrovano in questa o quella località per l’irrinunciabile appuntamento con la corsa podistica amatoriale.

Anch’io sono stato contagiato da questa passione e da qualche anno con gli amici Stefano ed Alessandro portiamo a spasso la nostra mezza età per qualche ora sudando ed ansimando cercando di emulare le gesta di atleti con gambe e polmoni ben più allenati.

Proprio l’appuntamento con i cinquant’anni qualche mese fa ha fatto scoccare in noi la scintilla: “e se provassimo a fare una maratona?”. Solo la parola evoca leggenda e rimanda alla storia. Per maratona si intende una corsa competitiva sulla distanza di 42,195 chilometri e prende il nome dall’impresa del mitico soldato ateniese Filippide che, per avvisare i connazionali della vittoria del proprio esercito sugli spartani, corse a perdifiato dalla piana di Maratona ad Atene dove, una volta arrivato, morì per la fatica.

Ai nostri tempi abbiamo tutto a portata di mano e non c’è bisogno di fare un’enorme sforzo fisico per spostarsi, cacciare o per procurarsi del cibo ed ecco quindi che la corsa intesa come impresa sportiva acquista un nuovo e più profondo significato perché permette di riscoprire il piacere di mettere alla prova il proprio corpo.

La maratona, corsa che affascina tutti i podisti, rappresenta quindi una sorta di sfida con i propri limiti per vincere una distanza che solitamente è alla portata di pochi eletti; è uno sforzo che va contro i principi della biomeccanica di un corpo umano in condizioni normali ma che, se quest’ultimo viene propriamente allenato, porta a scoprire nuove sensazioni e gratificazioni. Proprio qui sta il fascino della prova.

Nel frattempo la nostra pazza idea ha cominciato a prendere forma giorno per giorno. In quasi ogni città italiana si corre annualmente una maratona anche se le più famose per numero di partecipanti sono solitamente quelle in terra straniera (in primis New York, poi Londra, Berlino e tante altre); dopo vari conciliaboli ad inizio del 2017 la nostra scelta è caduta su Roma, prima città turistica del paese che attrae il più elevato numero di maratoneti sul suolo nazionale.

Davanti a noi tre mesi di preparazione specifica, di allenamenti nei mesi più freddi, di tabelle con tempi adeguati alla nostra andatura da esordienti ma soprattutto di grande entusiasmo e motivazione a cui hanno partecipato anche le nostre famiglie con il loro contributo di tempo sacrificato, di regime alimentare adeguato e specie negli ultimi giorni, di tensione palpabile. Abbiamo quindi deciso di far vivere questa esperienza anche ai componenti delle tre famiglie al completo che, in veste di turisti della città eterna, sono stati coinvolti nella realizzazione del nostro ambizioso progetto.

Roma in primavera è sempre invasa dai visitatori ma questa manifestazione attrae ulteriori migliaia di persone da tutto il mondo; podisti di ogni etnia con un comune obiettivo: quello di arrivare a tagliare il traguardo. E non importa in che maniera e con quale risultato cronometrico; ognuno vuole essere un ‘finisher’, uno che arriva in fondo e questo vale per il podista cinese che abbiamo accompagnato al ritiro del pettorale come per la giunonica ragazza sudafricana incontrata a colazione o per il gruppo di messicani abbracciati in preghiera attorno ad un telefonino.

Eravamo più di sedicimila ai piedi del Colosseo la mattina del 2 aprile scorso in attesa della partenza sotto un cielo plumbeo che non prometteva nulla di buono ed infatti subito dopo la partenza si è scatenato un temporale che ha condizionato pesantemente la prima parte di gara nella zona sud della capitale. Con le scarpe inzuppate d’acqua già dopo pochi metri il nostro primo pensiero, più che impostare il ritmo della corsa, è stato evitare le pozzanghere formate tra gli scivolosissimi sanpietrini.

Dopo i primi caotici chilometri le cose si sono stabilizzate, il gruppo multicolore si è sgranato nei larghi viali del lungotevere e si poteva alzare la testa ed ammirare la ‘grande bellezza’ della capitale sempre sostenuti da una numerosa e rumorosa cornice di pubblico. Poi, verso metà percorso il sole ha fatto capolino e quasi all’improvviso, girato un angolo, è apparso nella sua maestosità il ‘cupolone’ della basilica di San Pietro con il colonnato del Bernini. Un momento di grande emozione con qualcuno che fermava la sua corsa per un ‘selfie’ davvero speciale ma noi tre, calati nella trance agonistica, abbiamo resistito alla tentazione ben consapevoli che un repentino cambio di ritmo avrebbe lasciato pesanti conseguenze nei nostri muscoli.

Erano ormai trascorse poco più di due ore di gara e negli stessi momenti in cui l’etiope Tola tagliava il traguardo noi tre affrontavamo la piccola salita del percorso nella zona dello stadio Olimpico avvicinandoci al momento più temuto di ogni maratoneta, il cosiddetto ‘muro dei trenta chilometri’. Questa fase critica che assale ogni partecipante, ma in particolar modo quelli esordienti come noi, arriva quando si esauriscono le scorte organiche di carboidrati e ci si rende conto che purtroppo lo striscione di arrivo è ancora dannatamente lontano.

E’ qui che entra in campo la forza mentale della persona; qui bisogna essere pronti a fare sacrifici, attingere dalle energie più nascoste nel nostro corpo, stringere i denti ed estraniarsi dal dolore che immancabilmente sale delle articolazioni delle gambe. Ed è purtroppo durante questa delicata fase della corsa che viene presentato il conto ad Alessandro sotto forma di crampi. Io e Stefano prima rallentiamo il ritmo, lo aspettiamo, cerchiamo di rincuorarlo ed incoraggiarlo ma il dolore non sembra diminuire. Che si fa? L’impresa andava fatta col gruppo al completo ma ogni podista è consapevole che il malanno è dietro l’angolo e quindi non è giusto sacrificare l’impegno degli altri; con generosità Alessandro ci autorizza a procedere, lo salutiamo a malincuore e proseguiamo vedendolo ormai procedere camminando con i muscoli doloranti.

La stanchezza ormai si fa sentire e anche a causa dei continui cambiamenti di ritmo la nostra corsa non è più rotonda come prima; cerco di analizzare ogni segnale che mi da il mio corpo ed eventualmente anestetizzare ogni allarme ed ecco che all’improvviso, poco prima di una curva a gomito, sento delle urla ben definite e vediamo tra gli spettatori i nostri figli che si sbracciano in un tifo sfrenato. E’ un’emozione intensissima e sui nostri visi la smorfia di fatica si trasforma in un sorriso smagliante; quel ‘cinque’ a mano aperta e quell’incitamento hanno il potere di ricaricare le nostre batterie e di farci ripartire verso gli ultimi chilometri che ci riportano nelle vie più famose del centro città.

Ma proprio sul più bello, attorno al trentottesimo chilometro, il cielo si rabbuia di nuovo ed improvvisamente inizia una pioggia battente che ostacola i nostri movimenti; l’intensa fatica abbinata alla ridotta lucidità ci fa procedere in maniera poco fluida; ‘Dai che manca poco’ ci ripetiamo continuamente mentre attraversiamo le più belle e celebri piazze che dai nostri occhi un po’ appannati ci sembrano irreali con un turbinio di ombrelli e spettatori vocianti che ci incoraggiano a non mollare.

Nella leggera discesa di via Nazionale appare finalmente in lontananza l’altare della Patria eretto a simbolo di ben più importanti sacrifici; ormai siamo arrivati, i nostri sforzi stanno per finire, sotto un diluvio tagliamo il traguardo e con un abbraccio ed un sorriso ci mettiamo al collo la medaglia premio di tante fatiche.

Tremiamo dal freddo e camminiamo con i muscoli irrigiditi ma poco importa; ce l’abbiamo fatta: qualche minuto e, con vero stupore, vediamo arrivare Alessandro che, superata la crisi, ha completato la sua corsa. Il tempo di tirare il fiato, asciugarsi la fronte e la sua domanda ci spiazza completamente: “Dove facciamo la prossima?”

di Massimo Giacomelli

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