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Quote latte: paghiamo tutti

di La Redazione, 15.07.2010

 

La vicenda delle quote latte dimostra, anche a coloro che sono meno attenti alla microfisica degli equilibri politici, come la Lega possieda saldamente la golden share della politica italiana. Nessuno gliel’ha regalata ma il partito capeggiato da Umberto Bossi se l’è conquistata nella competizione elettorale e, successivamente, l’ha legittimata grazie a una condotta in cui ha saputo fondere in maniera originale unità di indirizzo, capacità tattica e retroterra valoriale.

 

Stavolta però il Carroccio sta usando male il potere di veto che si è assicurato e ha ragione invece il ministro Giancarlo Galan che da giorni si sbraccia quasi in perfetta solitudine per richiamare alla coerenza una coalizione di governo che fa finta di non vedere. Forse proprio per evitare di contraddire i proprietari dell’azione d’oro.


La Lega in realtà sta rischiando di far pagare al Paese una scelta miope, quella di difendere sempre e comunque l’interesse immediato di piccole porzioni del proprio elettorato. I Cobas del latte sono costati già all’Italia all’incirca quattro miliardi di euro ai quali andrà aggiunto l’ammontare della maxi-multa (i pessimisti la stimano in un miliardo) che ci comminerà Bruxelles dopo l’apertura di una procedura di infrazione. Eppure Bossi insiste ed è disposto anche a far votare dalla maggioranza un atto di governo che serve nella buona sostanza a coprire l’impunità degli allevatori. E così facendo dimostra che pur possedendo la golden share gli manca una «leganomics», un orientamento di politica economica credibile che metta al riparo il suo stesso partito dalle pressioni delle micro- lobby.


La verità è che il sindacalismo di territorio sta mostrando la corda, si dimostra un alfabeto politico- culturale insufficiente di fronte alle sfide che il dopo-recessione impone. Prendiamo il delicato tema del rapporto tra banche e territorio. In Veneto i leghisti chiedono ai grandi istituti di credito presenti in regione di sfornare una tabellina, il rendiconto ragionieristico tra raccolta e impieghi su base micro-territoriale. In questo modo si dimostrerebbe o meno il supporto all’economia locale.

 

Ma se le banche, parafrasando il famoso esempio di Lord Keynes, spendessero i soldi per far scavar buche, riceverebbero comunque l’applauso leghista? Purché tutto avvenga nel giardino di casa, non rimangono obiezioni di merito da avanzare? Viene da dire che forse ha più senso incalzare il sistema creditizio perché aiuti i distretti a uscire dall’afasia, favorisca le reti di impresa e accompagni gli imprenditori ad essere protagonisti sull’arena internazionale. Del resto senza avere un’idea delle trasformazioni in atto anche l’ansia di conquistare poltrone nelle fondazioni bancarie appare come la stanca ripetizione di vecchi moduli. L’economia locale c’entra poco.


Suona anche singolare come i leghisti non riescano nemmeno a pronunciare la parola «terziario». Eppure le speranze delle piccole e medie imprese di sopravvivere alla gelata dipendono dalla capacità di produrre innovazione, di dialogare con il mondo delle professioni, di acquisire maggiori capacità nella gestione della finanza, di fare marketing. In assenza di una «leganomics » il Carroccio non riesce a fare i conti con tutto ciò e i suoi esponenti sembrano vagheggiare la costruzione di tanti Musei dell’Agricoltura e della Manifattura.

 

Se dovesse andar così i Piccoli a quel punto sarebbero solo dei reperti archeologici.


Dario Di Vico
Da Il Corriere della Sera del 15 luglio 2010

 

 

 

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