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Folla per il procuratore Ingroia

di La Redazione, 03.02.2010

 

Ha scritto un libro sulle intercettazioni e sulle nuove norme per attuarle. E venerdì 22 pomeriggio all’hotel Antico Termine a Lugagnano, il magistrato e procuratore aggiunto a Palermo Antonio Ingroia lo ha presentato. S’intitola “C’erano una volta le intercettazioni”.


«Ho scritto questo volume (con prefazione del giornalista Marco Travaglio, ndr)», ha detto davanti a una folta platea, «per una duplice ragione. Da una parte per informare la gente e contrastare la disinformazione e falsità rovesciate addosso agli italiani dalle bufale politiche e da molte tv e giornali che hanno disorientato l’opinione pubblica. Attraverso una feroce campagna mediatica si è cercato di convincere la popolazione che le intercettazioni sono una minaccia. Ma è esattamente il contrario. Sono state una risorsa per il Paese per neutralizzare mafiosi latitanti, scongiurare omicidi e stragi, sequestrare arsenali di armi e droga».


È un pamphlet che spiega che cosa sono le intercettazioni, quelle telefoniche e quelle “ambientali” (come ad esempio le microspie) illustrando quando sono nate, come sono state usate e l’importanza di non smettere di adottarle. «Sono uno strumento indispensabile che ha consentito negli anni all’Italia di non rimanere preda della criminalità».


Ma la preoccupazione maggiore per il magistrato siciliano è che se dovesse passare la legge sulle intercettazioni, che ironicamente chiama “controriforma” delle intercettazioni, «per la giustizia, già messa a dura prova si profilerebbe una deriva ancora più preoccupante. Se questa legge, approvata alla Camera e non ancora andata al Senato, passerà, le intercettazioni saranno solo un ricordo del passato».


Secondo Ingroia è bastato cambiare una parola (“colpevolezza” con “reato”) nella legge che il governo ha portato in parlamento, per sconvolgere il parametro con cui fare le intercettazioni. «Ora per intercettare una persona è sufficiente avere un sospetto fondato. Se passerà la legge, invece, bisognerà avere certezza della colpevolezza del soggetto su cui si vuole indagare. Diventerebbe un non senso. Perché quando ho le prove, che ricerco per mezzo dell’intercettazione, non ho più bisogno delle intercettazioni».

 

Non ha risparmiato poi critiche pure sul processo cosiddetto “breve”, «ma che in realtà», ha detto, «è la morte breve del processo». Poi ha detto che «si è affermato che gli “italiani sono tutti intercettati”, quando in realtà sono al massimo 20mila».


Ingroia, arrivato a Lugagnano con tre macchine e i propri uomini della scorta, recentemente è stato nel mirino di cosa nostra che si prepararava a colpire con lui altri quattro magistrati. «Sono episodi preoccupanti», ha spiegato Ingroia, «ci sono abituato e riesco ad affrontare ancora con serenità il mio mestiere. Non mi lascerò intimidire».

 

Da "L'Arena" del 23 Gennaio 2010

 

 

 

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Antonio Ingroia con Guariente Guarienti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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