“Le parrocchie di Sona non verranno unite, pensabile un’unica guida spirituale”. Intervista al Vescovo Zenti

Attraversiamo Piazza Duomo celermente. Le campane della cattedrale rintoccano con costanza, precisione e bellezza le sei del pomeriggio: ora il sole non è alto nel cielo e non scalda più le vie del centro di Verona, un freddo pungente stuzzica la pelle dei nostri volti.

Ci dirigiamo verso piazza Vescovado, dietro il Duomo, accanto al Battistero. Suoniamo il campanello e ci presentiamo timidamente alla voce del citofono, che, a sua volta, ci invita ad entrare. Apriamo il pesante portone d’ingresso e attraversiamo il vasto cortile interno. Si ode solamente il rumore dei nostri passi.

Raggiungiamo la scalinata di marmo che conduce verso gli appartamenti del Vescovo e sulla sommità appare il suo segretario che ci accoglie cordialmente. L’atmosfera è formale e silenziosa, le stanze sono ordinate e pulite, antichi affreschi decorano gli alti soffitti e imponenti quadri abbelliscono le pareti.

Mentre attendiamo che il Vescovo ci riceva, ci affacciamo ad una vetrata grande quanto la parete della stanza che dà sull’esterno: di fronte a noi la chiesa di San Giorgio si erge con superbia ed eleganza, mentre sotto scorre un Adige calmo e silenzioso e sullo sfondo i colori ormai tiepidi del tramonto vengono a poco a poco soffocati dal blu intenso della notte.

D’un tratto una voce calorosa spezza quel clima formale, e il Vescovo Giuseppe Zenti ci accompagna verso la sala di ricevimento con un sorriso raggiante e uno sguardo bonario. La sensazione è quella di conoscerlo da sempre, i suoi modi confidenziali e quasi affettuosi lo spogliano della sua autorità permettendoci di vedere la parte più profonda dell’uomo. Ci fa accomodare, e, con carta e penna a portata di mano, iniziamo l’intervista.

Monsignor Zenti, alla luce dei cambiamenti sempre più controversi e veloci nei giovani in fase adolescenziale, qual è il suo pensiero?

Ultimamente mi rendo conto che il concetto di generazione inteso come un arco di tempo di 25-30 anni si sia ridotto ad un fenomeno di 3-4 anni. Vedo gli adolescenti di oggi come mondi diversi all’interno di un unico mondo. Prendiamo ad esempio i “nativi digitali”, ovvero quelli nati dagli anni 2000 in poi: parliamo dei ragazzi cresciuti con il cellulare in una mano e il tablet nell’altra, ma incapaci di comunicare ed esprimere pensieri ed emozioni ad una persona in carne ed ossa. Questo porta ad individualismo ed isolamento del singolo ragazzo.

Ma è colpa loro?

No, non è colpa loro. Il sistema nel quale stanno crescendo li rende prigionieri di questo mondo tecnologico e schiavi di questi mezzi di comunicazione, facendoli ammalare di una sorta di sindrome da digitale.

Tuttavia al meeting in Arena del 2013 aveva parlato di social networks (Facebook, Instagram, Twitter ecc.) come dono di Dio. Ne è ancora convinto? 

Assolutamente sì. Penso che Dio abbia donato all’uomo la capacità e l’intelligenza di creare moltissime cose, tra cui internet. Sono convinto che quando l’uomo ha creato internet, Dio ha fatto festa. Ritengo che internet sia un mezzo prezioso ed utile per comunicare e conoscere informazioni e nuove persone, ma non deve diventare uno strumento unico ed assoluto; dev’essere integrativo e non deve sostituire l’interazione reale e umana tra persone. Al giorno d’oggi tutto quello che vogliamo sapere lo abbiamo alla portata di un click, e gli adolescenti non si rendono conto che non più di dieci anni fa fare quello che loro sono in grado di fare oggi non era nemmeno nell’immaginario collettivo. Quello che i ragazzi “nativi digitali” si perdono è il senso dell’attesa e soprattutto della sorpresa. Un tempo per trovare informazioni, canzoni, curiosità bisognava aspettare, ricercare testi, libri, ascoltare i telegiornali o le radio.

E chi può insegnare loro ad interagire, quando ormai anche i genitori degli stessi adolescenti vengono stregati dal potere della tecnologia e dei social networks?

Come è cambiata la generazione degli adolescenti, così anche gli adulti si sono sintonizzati sull’onda dell’innovazione tecnologica: se ci pensiamo bene sono i medesimi genitori che acquistano smartphone, tablet e quant’altro e sono proprio loro che li mettono nelle mani dei figli non solo adolescenti, ma a partire anche dai due e tre anni. Ciò che mi rattrista è pensare che bambini non ancora in grado di parlare, siano invece perfettamente capaci di utilizzare questi strumenti che li legano ad un mondo apparentemente colorato e divertente, ma colpevole di provocare una malsana dipendenza, isolamento e perdita di tutti i rapporti umani. Per questo motivo bisognerebbe creare un’inversione di rotta. I genitori devono creare sinergia non solo tra di loro ma anche con tutti gli ambienti educativi frequentati dai propri figli, come la parrocchia, la scuola, le attività sportive, musicali ecc. È necessario, inoltre, che i genitori coltivino rapporti di confidenza affinché i figli possano sentirsi liberi e sicuri nel dialogo in famiglia. Un altro aspetto importante, soprattutto in fase adolescenziale, è la costruzione nel ragazzo del pensiero critico; infatti, l’adolescente inizia a porsi delle domande di cui cerca le relative risposte. Per fare questo dev’essere in grado di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, e soprattutto il perché. In questo modo acquisisce la consapevolezza delle decisioni da prendere.

Qual è il ruolo educativo spettante alla Chiesa nei confronti degli adolescenti di oggi?

Purtroppo non esiste un programma educativo standard, infatti anche la Chiesa si sta modellando sulle esigenze dei giovani d’oggi. È importante, a mio parere, intervenire su attività parrocchiali quali, ad esempio, incontri adolescenti e grest, e apportare innovazioni e stimoli sfruttando anche le tecnologie odierne. Non bisogna accantonare, infatti, le figure educative degli animatori e catechisti: sono importanti non solo perché trasmettono informazioni e conoscenze, ma soprattutto perché possono provocare reazioni e riflessioni nei ragazzi.

Passiamo ad un altro argomento: in questo momento di difficoltà spirituale generale, qual è il futuro della Chiesa nel nostro territorio, in particolare nel Comune di Sona?

Occorre, innanzitutto, sfatare l’idea di una possibile unificazione di parrocchie. Questo non avverrà mai. Sarà necessario, invece, valutare il numero di sacerdoti presenti fra dieci anni: infatti, ci sarà un sacerdote che si occuperà di diverse parrocchie all’interno di uno stesso Comune. Per Sona al momento non sussiste questo problema, ma in futuro non escludo che ci sarà un’unica guida spirituale per le quattro frazioni.

Magari gliel’hanno chiesto tante volte, ma non possiamo perderci l’occasione: che parere ha di Papa Francesco? Sta davvero portando una rivoluzione all’interno del sistema-Chiesa?

Parlare di rivoluzione è ancora presto poiché occorre piantare il seme, dargli da bere, coltivarlo e aspettare che esso cresca forte e rigoglioso. Papa Francesco è un profeta che parla in nome di Dio e invita ad amare tutti gli uomini, nello specifico ci invita a coinvolgere le persone più sensibili e deboli. In termini tecnici Papa Francesco è più preoccupato dell’ortoprassi piuttosto che dell’ortodossia: ci insegna a valorizzare la pratica della dottrina cristiana per vivere la fede in modo concreto.

La ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato e le chiediamo un’ultima cosa: ci concede una foto da inserire nell’articolo?

Certo! Anzi, facciamoci insieme un selfie!

Intervista a cura di Giorgia Adami e Gianmaria Busatta.

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