Da Palazzolo sessanta giorni in Cile, per trovare un figlio e costruire una famiglia nuova

Siamo Elisa e Alessandro, una famiglia normale e come tante. La definirei anche una bella famiglia, un aggettivo semplice ma che esprime un po’ quello che siamo e vogliamo essere, perché noi nella nostra famiglia ci sentiamo bene e ci piace. Insieme a noi c’è Giacomo da 13 anni, che ha trasformati noi da adulti a genitori e ci aiuta a renderci migliori, sia come genitori che come adulti.

Quando io e Alessandro abbiamo pensato di costruire il nostro futuro insieme avevamo un sogno, entrambi credevamo che nella nostra famiglia oltre a volere dei figli naturali ci sarebbe stato posto anche per un bambino adottato. Il nostro sogno è rimasto chiuso in un cassetto per molti anni, ma non lo abbiamo mai dimenticato probabilmente.

Poi è nato Giacomo, che ha riempito le nostre vite, abbiamo cambiato casa, ci siamo trasferiti, prima abitavamo a Castel d’Azzano e ora a Palazzolo, abbiamo iniziato dei nuovi lavori e delle nuove professioni, il tempo dedicato allo scoutismo, la nostra vita stava andando avanti e stavamo realizzando i nostri sogni, tutto questo senza le varie difficoltà che fanno parte della vita e che chiunque si trova ad affrontare.

Ma mancava sempre qualcosa. C’era infatti quel sogno che era rimasto chiuso in un cassetto. Così un giorno dell’ottobre 2012 prendemmo appuntamento con i servizi sociali dell’USL, e chiedemmo informazioni sull’iter per l’adozione tramite l’assistente sociale, la quale, dopo un semplice colloquio presso il distretto sanitario di Domegliara, ci indicò come presentare domanda e il percorso che avremmo dovuto fare.

Tornati a casa la nostra testa era piena di informazioni e con un carico emotivo pesante, perché non stavamo cambiando solo le nostre vite ma ci rendemmo conto che sarebbe cambiata anche quella di tutta la nostra famiglia, e, seppur in minor parte, anche quella dei nostri amici. Iniziammo così il percorso con un corso informativo all’adozione nazionale e internazionale promosso dalla USL del territorio e poi presentammo la dichiarazione di disponibilità all’adozione nazionale e internazionale presso il Tribunale per i Minori di Venezia. Infatti gli aspiranti all’adozione non vantano un diritto ad ottenere un bambino, ma possono solo esprimere la loro disponibilità ad adottarne uno.

L’Istituto dell’adozione ha per fine di soddisfare il diritto di ogni bambino ad avere una famiglia, e di dare la possibilità di averne una ad un bambino che ne è privo. E non viceversa. Il Tribunale di Venezia trasmise la nostra disponibilità ai servizi socio-territoriali competenti e iniziò con noi lo studio di coppia. I Servizi degli Enti locali hanno il ruolo importante di conoscere la coppia e di valutarne le potenzialità genitoriali, raccogliendo informazioni sulla loro storia personale, familiare e sociale. Il lavoro dei servizi è volto alla stesura di una relazione da inviare al Tribunale, che fornirà al giudice gli elementi di valutazione sulla richiesta della coppia.

E’ stato per noi un momento delicato, ci sentivamo sottoposti ad un esame, e le domande che affioravano nella nostra mente e le emozioni che stavamo provando erano veramente tante, ma insieme alla psicologa e dopo alcuni incontri ci rendemmo conto che volevamo fermamente poter adottare anche se la strada sarebbe stata lunga e non priva di mille difficoltà.

Per ottenere il decreto di idoneità ci volle circa un anno, ci restava ora di scegliere l’ente con il quale avremmo intrapreso il percorso per l’adozione internazionale. Per molti aspiranti genitori adottivi la scelta è veramente difficile, perché tanti sono gli enti e tanti sono i Paesi da cui si può adottare… ma come tutte le grandi scelte della nostra vita ci affidammo all’Ente con il quale avemmo il primo incontro: e fu Fondazione Patrizia Nidoli che ha sede a San Martino Buon Albergo. Ci fece una buona impressione lo staff, era inoltre vicino a casa e, per i vari spostamenti che avremmo dovuto comunque fare anche con Giacomo lo trovavamo comodo e a misura per la nostra famiglia. Demmo mandato alla Fondazione a marzo 2014 e a luglio 2014 depositammo in Cile la nostra disponibilità ad adottare un bambino.

Perché il Cile? Beh, durante il corso per l’adozione internazionale ci spiegarono l’iter di vari Paesi, e ci piacque il Cile, perché chiedeva un unico viaggio e la disponibilità di soggiornare in Cile per circa 60 giorni, e questo permette al bambino adottato, nel periodo iniziale molto delicato di conoscere e di “adattarsi” alla nuova famiglia nel proprio Paese, con le proprie usanze, tradizioni, profumi e cibi. Secondo noi è una cosa molto importante, è una sorta di “regalo” che gli dovevamo fare, visto che poi avrebbe dovuto salutare la propria Terra e andare ad abitare in un altro Paese.

I tempi di attesa previsti per il Cile erano all’epoca di 2 anni, durante i quali avremmo dovuto far spazio e costruire spazio per accogliere un bambino nella nostra famiglia. Comunicammo pian piano la nostra intenzione di adottare alle nostre famiglie e agli amici. Alcuni accolsero la notizia bene, altri con meno entusiasmo, alcuni ci fecero l’elenco delle cose che sarebbero potute non andare bene secondo la loro opinione o per sentito dire, per altri ci volle qualche anno per metabolizzare la notizia e farla propria. In questo periodo partecipammo a molte serate informative organizzate sia dai servizi sociali territoriali sia dal nostro Ente.

Ogni incontro arricchiva le nostre competenze genitoriali e ci poneva delle domande alle quali si doveva cercare risposta. Ne ricordo in particolare alcune: ma sarò in grado di affrontare tutte le problematiche dell’adozione? Sarò in grado di riempire il vuoto di questi bambini? Ma io posso essere una mamma adottiva? Sarò in grado di affrontare il carico emotivo di un bambino adottato? Tanti erano i dubbi e tante erano le domande che ci ponevamo l’un l’altra. Perché, comunque, non c’eravamo solo io ed Alessandro ma c’era anche Giacomo, il quale quando si iniziò il percorso adottivo aveva 8 anni e seppur avendo accolto con entusiasmo il nostro progetto, ora lo doveva anche fare proprio. Gli stavamo chiedendo un grande sforzo emotivo.

L’assistente sociale del nostro Ente, Dottoressa Nazzarena, una volta ci disse una frase che mi rimase impressa per tutto il periodo dell’attesa: “l’adozione non è per tutti e non è da tutti”. Solo alla fine del percorso compresi il significato profondo di queste parole.

Gli anni passarono lenti, e non arrivava mai la telefonata per comunicarci che vi era la disponibilità di un bambino per noi. Si crede di arrivare a perdere le speranze, ma c’è sempre nel profondo del nostro cuore un lumicino piccolo, con una fiammella che rimane accesa ad indicarci l’uscita nel lungo tunnel buio dell’attesa.

Ad aprile del 2017 la psicologa dell’Ente Dottoressa Paola ci chiamò per un colloquio, ci informò che c’era un bambino per noi, era un maschietto, nato lo stesso giorno di Giacomo a distanza di 4 anni, era un segno del destino. Si dice infatti che le famiglie adottive sono spesso legate ai loro bambini adottivi per una sorta di strane coincidenze… noi crediamo inoltre che non siamo noi a scegliere i nostri figli, ma sono i nostri stessi figli a scegliere noi! Accogliemmo con molto entusiasmo la notizia e firmammo i documenti per la disponibilità. Passò circa una settimana e ci chiamarono per comunicarci che il giudice cileno aveva accolto la nostra disponibilità ed era favorevole che fossimo i genitori di questo bambino.

Ci vollero altri 5 mesi prima che potessimo partire per raggiungere il nostro bambino che ci stava aspettando dall’altra parte del Mondo. Ricevemmo un paio di foto, un paio di video e dei messaggi audio suoi. Le emozioni che si provano in quei momenti sono indescrivibili, mi raffiguravo in cima alla montagna e stavo ammirando il panorama, ed era molto bello… avevamo raggiunto la cima!

L’8 settembre del 2017 siamo partiti per il Cile e il 12 settembre abbiamo conosciuto nostro figlio. E’ stato un incontro quasi surreale, in una stanzetta di una casetta in legno, lo potevamo abbracciare e conoscere. Eravamo tutti con le emozioni a mille e gli occhi pieni di gioia perché finalmente avevamo realizzato il nostro progetto di famiglia, stavamo stringendo tra le braccia nostro figlio. Il giorno seguente siamo andati a prenderlo all’istituto per portarlo a casa con noi, per sempre. L’incontro all’istituto è stato molto forte, perché mai ti puoi immaginare dove e come vivono i bambini senza una famiglia. Io, per fortuna, ero distratta dall’entusiasmo con cui mi accolse mio figlio, aveva molta fretta di andarsene e dopo, averci fatto vedere il suo letto e la sua casetta, mi fece correre fuori per salire in macchina… salutammo il personale e tornammo al nostro appartamento che avrebbe accolto per un lungo periodo la nostra famiglia.

La nostra convivenza iniziò con una prima cena composta da una pizza fatta in casa. Abbiamo abitato per circa 5 settimane a Temuco, nella regione dell’Araucania, e abbiamo potuto conoscere il territorio, la natura, le persone. C’è una natura meravigliosa fatta da una vegetazione rigogliosa, un altopiano dove domina il verde e grandi spazi incontaminati, la cordigliera che ti accompagna per tutto il Cile, con dei panorami mozzafiato. Abbiamo visto da vicino dei grandi vulcani, alcuni di essi ancora attivi, siamo stati sull’oceano e abbiamo fatto l’incontro con una colonia di leoni marini. Le persone sono disponibili, ti accolgono e ti aiutano. Insieme a nostro figlio abbiamo conosciuto e poi imparato ad amare questo bellissimo paese. Ci siamo spostati molto con i mezzi locali, autobus e metro. Abbiamo imparato a stare insieme, a ridere e a giocare tutti insieme, le difficoltà sono state tante nella convivenza, ma avevamo persone che ci aiutavano a capire come fare, sia dall’Italia che in loco.

Lo psicologo di nostro figlio un giorno ci disse, dopo che gli avevamo confessato che eravamo un po’ stanchi mentalmente e stavamo facendo fatica, che tutto il processo era dovuto al fatto che eravamo predisposti al cambiamento della nostra famiglia, e che perciò la fatica e la stanchezza erano dovute ad esso.

Ulteriori quattro settimane, per ultimare le pratiche burocratiche, invece le trascorremmo nella capitale a Santiago in un appartamento al 13esimo piano, con una incredibile vista sulla cordigliera e sulla città! Siamo rientrati dal Cile a metà novembre, con un nuovo assetto famigliare, siamo tornati molto arricchiti, abbiamo portato a casa un bambino veramente meraviglioso che ci ha “sconvolto” le vite, ci ha messo in una centrifuga e dopo averci fatto girare per non so quante volte ci ha fatto uscire migliori di prima come persone e come genitori.

Abbiamo veramente capito che l’adozione non è per tutti e non è da tutti, solo chi ci crede fino in fondo e con tutto se stesso può raggiungere questo obbiettivo. E la forza per affrontare questo bellissimo, entusiasmante e faticoso percorso la si può trovare in se stessi e facendosi aiutare da persone competenti.

Non ringrazieremo mai abbastanza le persone che ci sono state vicine in questi lunghi anni, Paola, Nazzarena e Cristina di Fondazione Patrizia Nidoli che hanno fatto squadra con noi e hanno vissuto con noi ogni momento dell’adozione, i nostri genitori e familiari che ci hanno sostenuto sempre, e soprattutto i nostri figli per averci fatto il grande dono di essere la loro Mamma e il loro Papà.

About Elisa Tezza

Sposata e mamma bis molto felice di Giacomo e Guiudan, lavora in una ditta come Responsabile Logistica. Ha prestato servizio per molti anni nel Gruppo Scout e il suo spirito di servizio nasce proprio con le caratteristiche scoutistiche: di contribuire a lasciare il mondo migliore rispetto a come lo si è trovato! È stata nel Comitato Genitori di Sona, è appassionata di cucina, di cinema e di lettura. Sogna un giorno di poter riprendere a viaggiare e conoscere nuovi Paesi.

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