Camillo Risoli di Sona ed una vita dedicata alla cooperazione internazionale con la FAO

Prosegue con questa intervista la rubrica del Baco dedicata a raccontare le esperienze nel mondo che fanno i nostri cittadini. Oggi raccontiamo l’esperienza di Camillo Risoli, residente a Bosco di Sona da quasi vent’anni con la moglie Emily. Per lui essere all’estero per lavoro è normale, scopriamo il perché.

Camillo iniziamo con il tuo lavoro per capire perché ti porta in giro per il mondo.

La mia esperienza all’estero inizia alla fine degli anni ’70, dopo aver terminato l’Università di Agraria, quando decisi di optare per il Servizio Civile nei Paesi in via di sviluppo come alternativa al Servizio Militare. Fui mandato in Nicaragua (America Centrale) a lavorare in un progetto della Cooperazione Italiana in appoggio alle associazioni di piccoli e medi produttori in una zona remota del paese. L’esperienza mi piacque molto e vi rimasi tre anni invece dei due previsti per legge, perdendo così il diritto all’aspettativa dal lavoro che avevo come giovane professore di un istituto professionale agrario delle Langhe Cuneesi. Decisi che avrei cercato di continuare a lavorare nell’ambito della cooperazione internazionale con la FAO (organizzazione ONU per l’Agricoltura e l’Alimentazione) ed il Programma delle Nazione Unite per l’Ambiente. Il settore è quello dell’assistenza tecnica per lo sviluppo rurale (organizzazione dei produttori e delle filiere per la commercializzazione, formazione e divulgazione agraria) e per la gestione integrata delle risorse per l’agricoltura (piani di sviluppo, conservazione del suolo e delle acque, agro-silvo-pastoralismo).

Questa tua attività quanti contesti sociali ti ha portato a conoscere?

Ho lavorato in progetti con lunghi contratti in Nicaragua, (tre anni), Capo Verde (dieci anni), Mozambico (tre anni) e Zimbabwe (quattro anni). Lavorare per anni consecutivi in uno stesso paese permette un certo livello di conoscenze e di integrazione anche sociale, e dal punto di vista professionale è più interessante perché permette di vedere lo sviluppo delle attività, di capire meglio i problemi e le possibili soluzioni. Ovviamente, ha anche le sue difficoltà nella quotidianità, perché ci possono essere aspetti pratici e logistici da risolvere, specialmente se si lavora e si vive in una zona rurale, lontana dalle comodità e dai servizi delle città. Per esempio, in Mozambico, la nostra casa si alimentava con energia solare, anche l’acqua si pompava con una pompa solare…Bello a dirsi, molto ecologico inoltre, ma dal punto di vista pratico per niente facile…

Algeria 2013, Camillo Risoli consegna i diplomi del Seminario Regionale FAO ai responsabili della lotta contro le cavallette. Sopra, Risoli in Mongolia nel 2014 con le locali funzionarie del Ministero dell’Ambiente.

In tempi più recenti in quali Paesi sei stato?

Da più di dieci anni mi dedico a missioni corte, di poche settimane, soprattutto per la valutazione finale di progetti. In questi ultimi anni ho così conosciuto anche un po’ di Asia e paesi affascinanti come la Mongolia o il piccolo regno del Bhutan nel cuore dell’Himalaya. Sono rientrato da poco da una missione in Nigeria, Ghana e Liberia. L’Africa, nonostante i tanti sforzi, rimane il continente più problematico e difficile.

Approfondiamo Camillo la tua esperienza nel continente africano. Le abitazioni ad esempio sono realmente capanne fatte di paglia?

Chiunque per lavoro si rechi nelle comunità rurali in Africa, ma del resto anche in Asia, inoltrandosi all’interno delle piste battute, vedrà una realtà fatta di capanne di argilla (bambù in Asia), col tetto di paglia. Alcune ben fatte e solide, altre visibilmente precarie e povere. Il tetto di lamiera di zinco che ne è la “naturale” evoluzione è certamente più caro. Non ho statistiche, ma credo che centinaia di milioni di persone nel mondo, per non dire almeno un miliardo, vivano in case con il tetto di paglia. D’altronde, a questo livello, il tetto di lamiera di zinco, specie nei climi caldi, non è certamente meglio. Nel 2012 ho attraversato sei diversi paesi dell’Africa Occidentale, dal Senegal alla Costa d’Avorio per la valutazione finale di un progetto della FAO che aveva promosso la “inserzione nel mercato dei piccoli contadini” attraverso circuiti di commercializzazione, formazione, assistenza tecnica e quant’altro. Abbiamo visitato villaggi, comunità, associazioni di piccoli agricoltori un po’ dappertutto e devo dire che la maggior parte di loro viveva in case o capanne di argilla col tetto di paglia.

Riguardo lo stile di vita, cosa più si avvicina al nostro e cosa invece è più lontano?

Tieni presente che gli aspetti della quotidianità si stanno oramai globalizzando. Per esempio i contadini di cui ti parlavo, quelli del progetto della commercializzazione, nonostante vivano in località remote possono avere accesso ai prezzi di mercato dei loro prodotti in città attraverso il cellulare (finanziato dal progetto o comprato oramai con pochi soldi) e così possono negoziare il prezzo con i commercianti che vanno nei paesi a comprare i loro prodotti. Ma ci sono cose che comunque rimangono differenti perché fanno parte dei valori più profondi. Parlando sempre di Africa, i bambini sono dappertutto ma molto ben educati. Sanno stare al loro posto fin da piccoli anche nei momenti “sociali” con gli adulti, salutano sempre con rispetto le persone più anziane. Quando entri come estraneo in una casa, i figli, qualunque cosa stiano facendo, si alzano e ti salutano, ed i più piccoli ti vengono vicino per darti un bacio o chiederti una carezza. Fino a pochi anni fa, a Capo Verde (che è uno dei paesi più occidentalizzati dell’Africa), era abitudine che un bambino quando entravi nella sua casa, ti prendesse la mano e se la portasse sul suo capo per chiederti la “benedizione”, cioè la protezione. Anche il rispetto per gli anziani è grande. Difficilmente entrerai in una casa africana dove non viva almeno un anziano, un genitore, un nonno, un vecchio zio, perché qualcuno deve sempre prendersi cura di loro, giorno dopo giorno, fino alla morte. Il rispetto e l’amore per i defunti è qualcosa di profondo e ancestrale, per generazioni.

Un’ultima domanda sempre sul tema Africa visto dalla tua esperienza. Cosa ci puoi dire dei rifugiati?

Premetto che un africano, quando deve lasciare il luogo dove sono sepolti i propri cari, per causa di una guerra, o di una catastrofe naturale, sente che perde il contatto con i propri defunti, con le proprie radici e con se stesso. Questo è un aspetto tremendo che non si valuta abbastanza quando si parla di “rifugiati”. Su questo tema va ricordato che tra i dieci paesi del mondo con il maggior numero di rifugiati, cinque sono paesi africani. (Etiopia, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Ciad). Quindi il tema è chiaramente all’ordine del giorno ed i progetti di cooperazione internazionale puntano proprio ad evitare queste situazioni. Ma il tema resta comunque di grande entità. Pensa che l’Uganda, da sola, ospita un numero di rifugiati nei campi profughi sul proprio territorio superiore al numero totale di persone accolte in tutta l’Unione Europea. Questo giusto per avere idea della dimensione di come viene vissuto questo tema di particolare attualità nei luoghi di origine.

Grazie Camillo per questa nuova finestra che per Sona hai aperto sul mondo ed in particolare sull’Africa. Un continente questo che, come ci hai raccontato, mostra ancora grosse difficoltà che non gli consentono di garantire un futuro ai suoi abitanti.

About Enrico Olioso

Nato a Bussolengo il 16 agosto 1964, risiede dall’età di 5 anni a Sona (i primi 5 anni a Lugagnano). Sposato con due figli. Attivo nel mondo del volontariato fin dall’adolescenza, ha fatto anche esperienza di cooperazione sociale. È presidente dell’associazione Cav. Romani e socio Avis dal 1984. Fa parte della redazione di Sona del Baco da Seta dal 2002. È tra gli ideatori del progetto Associazioni di Sona in rete attivato nel settembre 2014.

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