Obiettivo cinema: Un inno alla politica (non populista) nel film “L’ora più buia”

La Recensione

Tempi bui per l’Europa: nel 1940 Adolf Hitler mira ad espandere il Terzo Reich; il Belgio è caduto, la Francia è ridotta allo stremo, l’esercito inglese è bloccato insieme ad altre truppe alleate nella spiaggia di Dunkerque.

Dopo l’invasione della Norvegia e il mancato rispetto da parte della Germania dei patti sottoscritti con le altre nazioni europee, a Londra la Camera ritiene il Primo Ministro Neville Chamberlain incapace di sostenere la situazione di emergenza e di creare unità nel governo. Chamberlain rassegna quindi le dimissioni, e il 10 maggio dello stesso anno il re Giorgio VI chiese a Churchill di formare il governo, essendo considerato in grado di rappresentare il suo partito Conservatore e di non voltare le spalle ai laburisti.

Con determinazione e tenacia Churchill afferra le redini della politica del Paese e affronta una strenua lotta per non cedere al nemico tedesco e condurre il Paese fuori dall’ora più buia. Churchill non era un guerrafondaio, ma si è battuto per non accettare la pace a tutti i costi.

Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta.

Il film di Wright è un ottimo thriller politico, che racconta i fatti e le dinamiche del “Miracolo di Dunkerque” dal punto di vista dei politici a Londra, completando ciò che Nolan ha magnificamente fatto con Dunkirk dal punto di vista dei soldati alleati.

L’ora più buia non pretende, tuttavia, di essere un film sulla politica (o su alcune sue sfaccettature) in senso stretto, come racconta, invece, la serie House of Cards o i film Le Idi di marzo e Thirteen days (permettetemi questi paragoni che prescindono dal contesto storico e geografico). L’ora più buia si propone di essere, invece, un ritratto sulla persona di Winston Churchill, interpretato da un magistrale Gary Oldman, sommerso e ricoperto da un trucco che lo rendono quasi irriconoscibile, eccetto che per lo sguardo sagace e l’espressione pungente.

Il Churchill di Oldman è prima di tutto un uomo, con un carattere scoppiettante e acceso, pieno di vizi (sigaro sempre in bocca, bicchiere di whiskey spesso a portata di mano). Ma un uomo. Un uomo solo, se non fosse per la moglie determinante (Kristin Scott Thomas) e la segretaria novellina (Lily James).

Churchill è un uomo da solo contro il sistema (l’establishment, diremmo oggi): ancora nel mirino per il disastro a Gallipoli, si trova in una posizione sempre controcorrente nel gabinetto di guerra. Il film definisce la linea politica del primo ministro inglese, ma porta alla luce soprattutto il suo lato umano, la sua volontà di cercare l’appello della cittadinanza (si veda la scena in metropolitana), la sua fervente tenacia a non scoraggiare il popolo inglese, anche a costo di omettere la verità.

Come avevamo già scritto, l’uomo è un animale politico, fatto di relazioni ed emozioni. E Churchill ne incarna perfettamente l’essenza. Eppure, nonostante una campagna elettorale martellante e talvolta aggressiva, è difficile scorgere tra gli innumerevoli politici che appaiono ovunque uno che sappia incarnare quella speranza e quella umanità che vediamo nel Churchill del film.

Interessante che questo film sia uscito non troppo temporalmente distante dalle scorse elezioni politiche del 4 marzo, quando le previsioni sul numero di astenuti era elevatissima, aggirandosi intorno al 32-34% (per fortuna che a Sona il dato sull’affluenza non è stato negativoescludendo gli indecisi che fino al mese prima erano circa il 15% dell’elettorato. Messi insieme, avrebbero formato quasi metà dell’elettorato complessivo.

Ciò non è causato solo dalla variabile credibilità dei programmi dei partiti, ma anche dalla fiducia che i candidati leader trasmettono all’elettorato per la guida del Paese. Eppure, il sentimento di anti-politica, cioè quello di fare tabula rasa delle persone che hanno rappresentato le istituzioni fino ad oggi, ma anche (e forse) delle istituzioni stesse, è largamente diffuso. I partiti e i movimenti populisti hanno fatto proprio questo sentimento, ritenendosi pertanto giustificati a delegittimare chi ricopre ruoli o funzioni amministrativi e politici.

La reazione populista si fonda su un tema errato, che pone al centro l’uguaglianza come fattore necessario per esercitare il potere, e non, come sarebbe corretto, solo per l’accesso ad esso. Tutti dobbiamo avere il diritto e la possibilità di poter intraprendere una carriera politica; tuttavia, a parità di condizioni, deve prevalere chi ha maggior competenza e preparazione.

La democrazia dal basso è un inganno: per uscire dalla crisi (che non è solo economica) occorre una élite dirigente seria, onesta e competente. Ma, soprattutto, umana. Churchill docet.

La speranza è che il film L’ora più buia tracci una strada maestra per tutti coloro che aspirino alla vita politica anche locale, anche a Sona: ciò che conta, per i cittadini elettori, non è solo il programma elettorale (nella sua fattibilità e concretezza), ma il buonsenso, la perseveranza, la fiducia. L’umanità, appunto.

La Scheda

“L’ora più buia”, regia di Joe Wright, 2018

La Valutazione

4 stelle di 5

Il trailer

About Gianmaria Busatta

Nato nel 1994 e residente a Lugagnano, ha conseguito la maturità presso il liceo classico Don Mazza (VR) nel 2013, è laureato in Economia e commercio e frequenta il corso di laurea magistrale in Banca e finanza presso l'Università degli studi di Verona. Grande interesse per eventi culturali e politici, ha come passione più forte il cinema. Ha frequentato il corso Tandem "Cinema e letteratura" presso l'Università di Verona e i corsi "Capire il cinema" e "Scrivere cinema" presso la Biblioteca Civica di Verona.

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