Il testamento di Silvio, Giuseppe, Adelino e Antonio. Oggi, cento anni dopo quel 4 novembre

A metà del 1917, nel pieno della Prima Guerra Mondiale, sul fronte italiano ce la vedavamo molto male. Gli austriaci tenevano ancora saldamente una buona metà dell’altopiano di Asiago e, per riprenderlo, bisognava conquistare una serie di cime che culminavano nel Monte Ortigara.

Un incubo brullo e scosceso come e più delle gobbe carsiche ma alto duemilacento metri. Per liberare l’altopiano era stata predisposta un’armata apposita, la Sesta, forte di duecentomila uomini, al cui comando c’era il generale Ettore Mambretti. L’attacco iniziò in un brumoso giorno di giugno, talmente caliginoso che – come racconta Pietro Gattari nel bellissimo “L’ultima settimana di maggio” – l’artiglieria italiana sparò a casaccio, senza intaccare i reticolati e le fortificazioni che gli austriaci avevano efficacemente predisposto nel tempo. Mambretti fece egualmente partire l’assalto della fanteria. Fu un massacro, non poteva essere altro.

Gli uomini impantanati nel fango scivoloso che colava dai fianchi ripidi dell’Ortigara furono alla totale mercé delle mitragliatrici austriache. Intere divisioni persero in poche ore il settanta per cento degli uomini. I superstiti rimasero paralizzati in quella posizione impossibile per otto giorni e otto notti, flagellati dalla grandine e dalla neve, completamente inermi sotto il fuoco nemico.

Poi, approfittando di un miglioramento delle condizioni meteorologiche, ripresero la salita sostenuti dall’aviazione. Il pomeriggio del 19 giugno la cinquantaduesima divisione arrivò nelle ridotte in cima all’Ortigara ed espugnò le trincee con un terribile corpo a corpo, senza tuttavia potersi attestare solidamente.

Gli italiani – scrive sempre Gattari – resistettero a tutti i contrattacchi per sei giorni, poi il 25 giugno arrivarono le truppe d’assalto austriache con gas e lanciafiamme e li distrussero. Il generale Mambretti ordinò la ritirata la sera stessa. L’Ortigara e i luoghi che erano stati teatro di quell’ennesima mattanza vennero chiamati “Calvario degli Alpini”: ventidue battaglioni s’erano inutilmente immolati, assieme a un reggimento di bersaglieri e alla maggior parte degli uomini della brigata Regina. In venticinquemila erano morti invano.

Tra quei venticinquemila ragazzi c’era anche Silvio Bonvicini da Sona. Figlio di Quirico e di Speranza Residori, era nato il 20 luglio del 1897. Morì sull’Ortigara nel primo giorno dell’offensiva – il 10 giugno – combattendo con il glorioso 6° Reggimento Alpini. A soli vent’anni lasciava la mamma, già vedova, a cui andò la pensione di guerra.

E come lui Giuseppe Caliari, di San Giorgio in Salici, nato nel 1892 e morto in battaglia a Malga Zures sull’Altissimo il 30 dicembre del 1915.

E Adelino Mazzi di Lugagnano, classe 1898, Caporale maggiore del 2° Reggimento Artiglieria da montagna, deceduto in Albania il 30 settembre 1918, che lasciò soli e disperati la moglie e tre figli.

E Antonio Gaspari di Palazzolo, morto a diciannove anni, anche lui sul Monte Ortigara, l’11 luglio del 1917.

Centoquattro furono alla fine i nostri ragazzi – da Lugagnano, Palazzolo, San Giorgio e Sona – che scomparirono in quel tremendo conflitto.

Oggi, a cento anni di distanza da quel 4 novembre 1918 tanto glorioso ma tanto doloroso, guardiamo i nostri figli ancora adolescenti o che si affacciano alla prima età adulta, diciassettenni o ventenni, li vediamo così giovani e insicuri e pensiamo che i loro coetanei un secolo fa combattevano e morivano nel fango su fronti insanguinati: carne al macello, in luoghi, come l’Ortigara, che poi sarebbero entrati nella nostra coscienza nazionale collettiva quali sacrari della memoria.

Chissà cosa pensavano Silvio, Giuseppe, Adelino e Antonio. Chissà che sogni portavano nel cuore. Chissà che speranze e che progetti per il futuro coltivavano dentro di loro mentre invece si preparavano a lasciare le loro case, le loro occupazioni, i loro amori per andare a combattere una guerra che li avrebbe presto divorati. E chissà cosa direbbero oggi Silvio, Giuseppe, Adelino e Antonio se vedessero chi siamo diventati, cosa siamo diventati. Ci siamo meritati quel sacrificio immenso di sangue e dolore?

Quanta la differenza rispetto ad allora. Oggi i loro coetanei – i nostri figli – possono studiare, crescere, lavorare, innamorarsi, vivere in un’Italia sicuramente imperfetta, in difficoltà, che arranca sempre, ma che ci permette di essere donne e uomini liberi. Padroni del loro destino e non pedine sulla scacchiera di un gigantesco ed inumano conflitto.

Anche per la sacra memoria di quei centoquattro giovani che cento anni fa da Sona partirono e non fecero più ritorno vi è una riflessione da fare in questi giorni dedicati al ricordo. E’ un dovere che dobbiamo darci quello di rinsaldare sempre più i legami che ci fanno sentire parte della nostra comunità. Il loro ricordo ci permetta di riscoprire l’importanza di lavorare assieme sul tanto che ci unisce rispetto al poco che ci divide e ci spinga ad aprirci agli altri come persone, come famiglie, come associazioni, come istituzioni, come comunità intera. Quello che è stato ci costringa a guardare con più serenità e positività al futuro.

Lo dobbiamo ai nostri figli. E lo dobbiamo anche a Silvio, Giuseppe, Adelino ed Antonio, anche loro figli nostri, a cui non fu dato in sorte di vivere i loro sogni e che non possiamo, e non dobbiamo, dimenticare.

About Mario Salvetti

Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è uno dei quattro fondatori del Baco. Dal 2008 ricopre il ruolo di Presidente.