Le parole che ti ho detto. La disabilità ed il rispetto

Dicono che le parole sono come macigni, capaci di abbattere i muri dell’incomprensione ma capaci anche di provocare profonde ferite nel cuore della gente. Le parole possono suscitare i più diversi sentimenti, dall’amore alla rabbia.

Ma noi come usiamo le parole? Ci rendiamo conto del loro significato? La nostra lingua, l’italiano, è una lingua meravigliosa che ha una parola per tutto e difficilmente la stessa parola può essere utilizzata per indicare due oggetti o due situazioni diverse, come avviene per le lingue anglosassoni. A volte, però, non siamo pienamente consapevoli dei termini che utilizziamo e non pensiamo al loro valore, dando per scontato, per il solo fatto che quella parola viene comunemente utilizzata nella parlata quotidiana, che sia essa stessa corretta ed appropriata, mentre non ci rendiamo conto che può essere ritenuta offensiva.

La riflessione nasce da un episodio di cronaca avvenuto a metà ottobre scorso quando l’inviato di Striscia la Notizia, Luca Abete, è stato apostrofato con la parola “Mongoloide” dal Vice Questore aggiunto di Avellino Elio Iannuzzi.

In quell’occasione il presidente dell’Associazione Italiana Persone Down Paolo Virgilio Grillo ha emesso il seguente comunicato stampa: “Non vogliamo entrare nel merito del contesto in cui il vice questore aggiunto della Polizia di Avellino Elio Iannuzzi ha dato del ‘mongoloide’ al giornalista di Striscia la Notizia Luca Abete, ma vogliamo ribadire con forza che un pubblico ufficiale nell’esercizio della sua attività non può utilizzare questo tipo di parole che offendono le persone con sindrome di Down e le loro famiglie. Chiediamo una presa di posizione da parte di Ministro degli Interni e del capo della Polizia per censurare questo tipo di comportamenti. Confidiamo che le forze di Polizia, che hanno da parte nostra la massima stima, facciano proprio anche l’impegno di un rinnovamento culturale dei loro funzionari: è anche attraverso di loro che si fa educazione. Ribadiamo con forza che non è possibile continuare ad utilizzare questi termini – ha concluso Virgilio Grillo – che ci offendono e offendono i nostri figli, siamo profondamente indignati”.

Rinnovamento culturale… Mongoloide è una parola che definirei desueta ma che, purtroppo, sento frequentemente usare, con un’accezione negativa del termine, per individuare una persona che non capisce nulla o meglio che non ci arriva… accostando il termine a come una volta (solo una volta?) venivano chiamati i ragazzi Down per i loro caratteristici tratti somatici simili a quelli delle popolazioni mongole dell’Asia Orientale.

In quanto padre di un ragazzo Down, la notizia mi ha fatto subito riflettere e pensare a come tante volte abbia assistito a persone che utilizzano il termine mongoloide alla presenza di mio figlio Matteo o in mia presenza (ben sapendo che ho un figlio con la sindrome di Down), senza rendersi conto della valenza del termine e del significato dispregiativo dello stesso.

Mi è capitato, inoltre, di sentire persone apostrofare i propri amici con il termine “down” per indicare come li trovavano “spenti”, avviliti e depressi. Lo so che, il più delle volte, i termini mongoloide o “down” non vogliono essere offensivi nei confronti dei ragazzi Down e che, magari, quelle stesse persone che li pronunciano poi hanno comportamenti ed atteggiamenti di tutto rispetto nei confronti di queste persone, ma le parole sono importanti ed hanno il loro significato.

Dobbiamo riappropriarci dell’etimologia della parola, essere consci dei vocaboli che usiamo e della loro valenza cercando, magari, di utilizzare parole italiane che identificano meglio situazioni e/o stati d’animo.

Oltre al termine mongoloide, purtroppo, utilizziamo impropriamente molte altre parole, senza renderci conto di come le stesse possano ferire i nostri interlocutori. Le parole possono accompagnare e sottolineare positivamente i nostri comportamenti ma possono anche, al contrario, vanificarli. Merita un discorso a parte la produzione scritta del nostro pensiero.

Quando scriviamo dovremmo riflettere maggiormente sull’utilizzo delle parole in quanto, come diceva l’antico proverbio, verba volant scripta manent cioè una parola scritta rimane nel tempo al contrario di una parola detta che può essere facilmente dimenticata.

Al giorno d’oggi, poi, dovremmo prestare maggiore attenzione nell’uso dei cosiddetti social network dove la condivisione di un pensiero può espandersi facilmente a migliaia o milioni di persone ed un termine utilizzato inappropriatamente e senza pensarci può arrivare ad offendere molte persone.

A volte è proprio il ristretto spazio di comunicazione o di tempo nel “postare” un messaggio su Twitter o Facebook che ci porta ad utilizzare termini scorretti senza rendercene conto. Pensiamo, quindi, alle parole che diciamo e che scriviamo non dando nulla per scontato perché non possiamo sapere se le persone che abbiamo di fronte o quelle che leggeranno il nostro scritto saranno in grado d’interpretare il nostro pensiero o si limiteranno a valutarci ed a giudicarci sulla base di quanto sentito o letto.

Se ci accorgiamo, quindi, di avere usato un termine scorretto e di avere urtato la sensibilità di qualcuno, ci resta sempre, comunque, la possibilità di scusarci, senza vergognarci, in quanto ammettere i propri errori è un segno di forza e non di debolezza. Per la cronaca il vice questore aggiunto Elio Iannuzzi ha fatto le proprie pubbliche scuse.

About Alessandro Donadi

Nato a Verona nel 1970 risiede a Lugagnano dal 1996. Sposato con Manuela ha due figli, Matteo e Michele. Geometra, libero professionista si dedica allo studio delle tecniche di comunicazione che mette in pratica anche come Mediatore civile. Scout fin da bambino continua a prestare servizio nell’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani (AGESCI) ed è appassionato di montagna e vita all’aria aperta. Ha frequentato la Scuola Vicariale di Teologia e la Scuola di Formazione all’Impegno Sociale e Politico della Diocesi di Verona.

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