La mia esperienza di un amore malato (e di un mondo che preferisce non crederti)

Io, ci sono passata e sono qui a raccontarlo. Perfino io. Perché magari uno non si immagina che perfino io, che sembro intelligente e risoluta, non abbia riconosciuto i segnali che mi dicevano che non era amore. Le due parole ‘Amore Malato’ dovrebbero essere cancellate dai frasari possibili.

Anche la mia vita per un certo periodo è stata condizionata in ogni suo aspetto: personale, professionale, familiare violando la mia privacy. Eppure era cominciato come un amore, sembrava.

Quando una relazione finisce, è normale che chi subisce si senta turbato, che tenti una riconciliazione. Ma 200 messaggi al giorno non sono un tentativo mediatorio, scaricare tre batterie al giorno perché mi devi parlare un’ultima volta e spiegare, non è sintomo d’amore.

Se devo andare dai carabinieri perché tu dormi in una macchina sotto casa, se devo cambiare la serratura, tenere in casa gli animali, no. Non è amore. E’ violenza. E solo chi ci è passato lo sa.

Sa che gli sguardi delle forze dell’ordine a volte sono intimidatori perché alla fine te la sei cercata, sa che sei sola perché nessuno ti può proteggere se non i tuoi familiari che ci mettono un po’ a capire la rilevanza della questione.

Fai leggere le mail, i messaggi di morte, le promesse che arriverà e sarà la tua fine oltre che la fine di tuo nipote, di tua madre, della tua casa.

Ma fino a che qualcosa non succede, e tu nel frattempo sei nuda perché hai dovuto lavare i tuoi inutili panni in piazza, fino a che non si compie un atto vero, tu non sarai creduta.

Il risentito, il bisognoso d’affetto, il corteggiatore incompetente, il predatore. L’uomo che pensavi fosse un amore si trasforma in un incubo e, se ci pensi, lo avresti saputo riconoscere da subito. Da una certa gelosia improvvisa, dall’uso di certi termini che se non erano rivolti a me lo erano verso le altre. Da un impellente desiderio di controllo della mia vita che, dato il lavoro che faccio da sempre, è per sua natura non controllabile. Avevo i segnali ma, ho fatto prevalere altro.

Qualche mese di relazione, solo qualche mese, si sono trasformati in un film che non vorrei rivedere ma che vedo costantemente invece. Io tante e tali parolacce, non le avevo mai sentite. Io non lo volevo un uomo che non sapeva vivere senza di me.

Alcune donne pensano che amore voglia dire gelosia, che senza, questo sentimento sia flebile. Io non l’ho mai pensato. Ecco perché non sono stata in quella relazione anni ma solo mesi. Solo una piccola percentuale dei casi di stalking evolve in un agguato mortale ma nella maggior parte degli omicidi fra ex, vi erano precedenti di persecuzione.

Uno si immagina che sia facile denunciare, invece no. Invece i Carabinieri ti invitano alla pazienza, in Questura ti dicono che nessuno può sapere quale sia la vera intenzione del molestatore. Si sa solo dopo l’aggressione. E nel frattempo si vive nell’angoscia.

Ho frequentato un centro antiviolenza per donne per capire, e ho visto donne che stavano subendo violenze da anni che malgrado le denunce avevano macchine bruciate, porte e teste sfondate. Ma non erano le donnine che pensano tutte, belle remissive e mollaccione. Erano me. Professioniste scaltre e autonome che fino a ieri avevano gestito la propria vita e quella di altri e che erano prigioniere di storie finite. Erano me.

Io, ho pensato di farlo fuori. Sì, io so che con quattro lire trovi qualcuno che lo ammazza, lo gambizza, lo schiaccia. E questa era una possibilità che non prevedeva gli interrogatori e le domande idiote che invece mi facevano gli uomini di legge: ma sei sicura? Non è che tu provochi? Non è che alla fine tutto sommato lo ami? No. Sarebbe stato facile. E Dio sa se ci ho pensato. Ma non ce l’ho fatta.

Non ho avuto meriti per la fine di quel periodo. E a distanza di tempo, tengo messaggi, mail, e sensazioni intatte come un allarme. Quando leggo uomini che si chiedono come sia possibile, che contano i morti in calo rispetto agli anni prima perché hanno algoritmi nauseabondi nella testa, io non ci discuto.

Perché in questa cosa o si sta in squadra con chi subisce, o niente. Non discuto più. Io sto in squadra con le donne che subiscono violenza e che sono più di quelle che pensate, senza se e senza ma. Ne conoscete anche voi e non lo sapete.

Non vergognatevi, se vi riconoscete, parlate, scrivete, provateci. La denuncia, lo so bene, non basta.

About Monia Cimichella

Nata a Fermo (AP) il 21 dicembre del 1968, vissuta a metà tra Lugagnano e il resto del mondo. Appesa da sempre tra l'imparare e l'insegnare, non a caso si occupa di formazione per adulti.

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