Ludopatia: una dipendenza che incastra in una spirale senza fine

La ludopatia, o disturbo da gioco d’azzardo, è una vera e propria patologia che pare colpisca circa lo 0,2-0,3% della popolazione, anche se l’impressione che ne abbiamo tutti è che sia molto più diffusa.

Questa patologia viene diagnosticata quando la persona presenta almeno quattro tra i seguenti sintomi: 1) ha bisogno, per giocare d’azzardo, di quantità crescenti di denaro per ottenere l’eccitazione desiderata; 2) è irrequieto/a o irritabile se tenta di ridurre o di smettere di giocare d’azzardo; 3) ha fatto ripetuti sforzi infruttuosi per controllare, ridurre o smettere di giocare d’azzardo; 4) è spesso preoccupato/a dal gioco d’azzardo (per es., ha pensieri persistenti che gli/le fanno rivivere passate esperienze di gioco d’azzardo, analizzare gli ostacoli e pianificare la prossima avventura, pensare ai modi di ottenere denaro con cui giocare d’azzardo); 5) spesso gioca d’azzardo quando si sente a disagio; 6) dopo aver perduto denaro al gioco d’azzardo, spesso torna un’altra volta per ritentare (“rincorrere” le perdite); 7) mente per occultare l’entità del coinvolgimento nel gioco d’azzardo; 8) ha messo in pericolo o perduto una relazione significativa, il lavoro, opportunità di studio e di carriera a causa del gioco d’azzardo; 9) conta sugli altri per procurare il denaro necessario a risollevare situazioni finanziarie disperate a causa del gioco d’azzardo. Leggendo questo elenco di sintomi, quello che salta all’occhio è che ricordano molto i sintomi delle dipendenze (da alcol o da qualsiasi altro tipo di sostanze), e in effetti la ludopatia è a tutti gli effetti una dipendenza.

La differenza tra questa e le altre dipendenze è il fatto che la persona non è dipendente da una sostanza, ma da un comportamento. I due tipi di dipendenze sono caratterizzate, come si è appena visto, da sintomi comportamentali simili, ma anche dallo stesso funzionamento a livello cerebrale. In entrambi i casi è coinvolto il sistema cerebrale della ricompensa e della gratificazione, che è regolato da un neurotrasmettitore che si chiama dopamina.

Questa sostanza viene rilasciata in specifiche aree del nostro cervello in seguito ad attività gratificanti, e rappresenta il substrato biologico del piacere: possiamo dire cioè che certe cose ci fanno stare bene, ci gratificano, perché stimolano il rilascio della dopamina nel cervello. Mangiare una tavoletta di cioccolato per esempio, fa in modo che una certa quantità di dopamina venga rilasciata nel nostro cervello, e questo rilascio provoca la sensazione di piacere che tutti conosciamo.

Non tutti siamo sensibili alla dopamina allo stesso modo: alcuni di noi lo sono di più, altri di meno. Alcuni si alzano di notte per mangiare la nutella a cucchiaiate, altri possono fare a meno di cioccolato o dolci per mesi senza nemmeno accorgersene. La maggior parte degli adolescenti prova a fumare qualche sigaretta: alcuni di loro fumeranno per il resto della vita, altri dopo questo esperimento giovanile non fumeranno mai più. Alcuni amano gli sport estremi, altri hanno paura anche delle montagne russe.

Che differenza c’è tra i primi e i secondi? Che differenza c’è tra chi ha un disturbo da gioco d’azzardo e chi gioca a Scala 40 sotto l’ombrellone in vacanza, ma poi mette via le carte fino all’estate successiva? Sembra che la differenza sia proprio nel meccanismo di rilascio della dopamina, che non funziona bene: le persone che sviluppano un disturbo da gioco d’azzardo sarebbero costrette a continuare a ripetere lo stesso comportamento per ottenere la gratificazione che consegue il rilascio di questo neurotrasmettitore.

Come sempre, i fattori biologici si uniscono poi a fattori ambientali e psicologici, trascinando la persona in un circolo vizioso da cui è difficilissimo uscire.

Si inizia per scherzo, per gioco (non dimentichiamo che proprio di un gioco si sta parlando!), pensando “se vincessi sarei a posto per tutta la vita!” e si gioca una, due o tre volte… Ma non si vince. Ed ecco il bivio. Alcune persone a questo punto pensano “peccato, non è andata!”, decidono di non giocare più, e riescono a farlo senza difficoltà, magari continueranno a comprare un gratta e vinci quando si fermeranno in autogrill, ma niente di più.

Altre persone invece non ci riescono: iniziano a pensare “devo smettere di buttare soldi” ma anche “devo continuare a giocare per vincere e riprendere tutto quello che ho perso”, ed è proprio questo che li incastra in una spirale senza fine, che li obbliga a rincorrere, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, quella vincita che dovrebbe risolvere tutti i problemi e che invece non arriva mai.

About Paola Spera

Nata a Verona il 3 febbraio 1981. Originaria di Lugagnano, lavora come psicologa psicoterapeuta. Collabora con il Baco dal 2010.

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