Il “Corso di Sfilato” dell’Università Popolare di Sona: serenità e accoglienza (doppia) a portata di tutti

Nadia, Laura e Ivana di Sona, Sabina di Lugagnano e Vania di Palazzolo, cosa spinge cinque signore, che certamente non si offenderanno se diciamo che non sono più delle ragazzine, a lasciare la propria casa in una fredda e piovosa sera di una primavera che stenta ad arrivare, per recarsi in un’aula sobriamente arredata dell’Università Popolare di Sona, a san Giorgio in Salici e prendere in mano lino, ago e filo?

Quando entro, cogliendole un po’ di sorpresa, è tutto calmo, regna una quiete difficile da descrivere: tutte, insegnante compresa, sono intente ai loro lavori: chi sfila, chi copia da un giornale, chi infila un ago… Attenzione a non farsi ingannare da questa calma apparente però, perché se sbagli l’ingresso, cito testualmente, “ndemo su come il citrato”. Che siano state liberamente costrette dai mariti? Penso tra me e me. No, figurati, ma neanche… mi assicurano tutte in coro: vuoi vedere che oltre a sfilare il lino hanno anche imparato a leggere nella mente degli uomini?

Stanno tutte frequentando il primo anno del Corso di Sfilature, organizzato dall’Università Popolare di Sona, che affianca lo studio di questa antica arte a tanti altri corsi che ha progettato e condotto ormai da molti anni in svariate materie artistiche (disegno e pittura, addobbo floreale, ecc.)

Si, perché di una vera e propria arte si tratta, come ci spiega la “maestra” Cristina, da sempre appassionata di questa antichissima attività: “Contare i fili, scegliere con cura i colori, decidere che punto adottare fanno un po’ dimenticare quello che c’è intorno, che talvolta è ripetitivo e faticoso. Tutto questo fa di quest’arte una terapia per ansie e frustrazioni dello stress quotidiano.”

Hanno tutte preparato il loro primo “imparaticcio” (è così che in gergo si chiamano quei lavori che servono per imparare l’arte e fare esperienza); imparaticcio che sarà esposto durante la prossima mostra d’arte che si terrà a San Giorgio in Salici dal 14 al 21 aprile, dove anche gli artisti dei corsi di disegno e pittura, così come i partecipanti ai corsi di cucito e di addobbo floreale, esporranno al pubblico le loro creazioni.

Cosa muove dunque queste signore a cimentarsi in questa – per loro – nuova disciplina? “La passione per il ricamo”, “La curiosità di imparare un’arte antica”, “La voglia di vedere cose abilmente fatte con le proprie mani”, sono le loro risposte.

A momenti sembra di stare in un tipico club inglese, composte, silenziose e attente, tutte prese dai loro compiti, salvo poi liberarsi in momenti di turpiloquio libero e “ostreghe” tipicamente venete quando le cose non vanno come si deve. Ma è comprensibile, non ci troviamo in una scuola di ricamo classico, dove si impara il punto croce o il ricamo umbro, questa è una scuola di sfilatura e se le cose non vanno come devono andare, ormai “il filo è tagliato” ed è difficile rimediare… Tutte sono alla loro prima esperienza; prima di questo corso non si erano mai cimentate in questo tipo di lavoro, alcune ammettono candidamente di non aver mai imparato nemmeno a cucire un “orlo a giorno” (lo confesso, per me è arabo!).

“Pensavo di essere a l’unica a voler fare queste cose”, “Prima di fare queste cose non avevo neanche mai fatto l’orlo giorno”, “Mai più avrei pensato di riuscire a fare questi lavori”, “C’è un mondo, in questi fili, che non avrei mai pensato di trovare…”. “E tutto questo anche grazie alla nostra insegnante che ha sempre dato una grande disponibilità anche a seguirci nei compiti a casa, quando con WhatsApp ci scambiavamo foto, problemi e consigli”.

“In effetti WhatsApp ci ha aiutato molto – ribadisce Cristina – ci ha consentito di essere sempre in contatto in tempo reale e di vedere e seguire passo a passo anche i lavori che venivano svolti a casa, con l’ausilio delle foto, poi, si può intervenire e correggere ‘al volo’”.

Insomma, un vero e proprio atelier del ricamo che, a detta di tutte, andrebbe pubblicizzato e aiutato a crescere, magari mettendo un bel cartellone in biblioteca o presentando i corsi alle scuole. Non è importante infatti che una classe sia tutta allo stesso livello, come in un atelier di pittura, dove ci sono pittori più o meno esperti, qui possono partecipare insieme giovani e meno giovani, chi è già capace e vuole migliorarsi o provare qualche tecnica nuova, e chi è ai primi fili… tutti come nelle antiche botteghe dei maestri, vengono seguite individualmente.

E che dire del clima di cordiale convivialità che si respira in quest’aula? “Servirebbe un oculista che ci faccia da sponsor”, sbotta allegramente una signora che, mi perdoni, non ho riconosciuto, “O anche una fetta di tiramisù”, le risponde pronta Vania. “Sentite un po’, il giorno 8 ci sarebbe una bella mostra a Bellaria, che ne dite, ci andiamo? – propone Nadia. – Perché no? Guido io!” risponde pronta Ivana.

E i mariti? Avanzo io timidamente. “Si arrangino”, rispondono in coro, senza nemmeno alzare gli occhi dal loro sfilato.

Certo, il ricamo è si fantasia ma anche attenzione, concentrazione e allenamento ma soprattutto è un modo con cui far rivivere il nostro passato e le nostre tradizioni. Chi può dire di non aver avuto una nonna o una zia che si preparava “la dote” ricamando e cucendo!? Alcune “nonne” trovano ancora oggi, in quest’arte antica un modo per trascorrere le giornate e, nello stesso tempo, donare il proprio lavoro a opere di beneficienza.

Sì, perché anche questo è il ricamo e lo sfilato, serenità e due volte accoglienza; intanto verso chi non ha ancora imparato l’arte ma vorrebbe tanto farlo (e che per ora si limita ad acquistare qualche lavoro ai mercatini organizzati nelle nostre parrocchie durante le festività tradizionali), e la seconda verso chi usufruisce del ricavato di questi lavori per costruire una scuola, comprare medicine, fabbricare un pozzo…

Mi par di capire che proseguireste il corso, quindi?

“Certo!” “E faremo il ‘passa parola’ perché adesso che abbiamo imparato, possiamo confrontarci anche con i lavori proposti dalle riviste che fino a ieri, per noi erano una sorta di tabù”, “Un vorrei ma non posso che oggi, invece, possiamo realizzare”.

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About Marco Bertoncelli

Nato a Verona nel lontano settembre del ’59, risiede a Sona dal 1992. Sposato con due figli. Amante della lettura, se si escludono Simenon e Guareschi, preferisce la saggistica ai romanzi. Già arbitro federale, negli anni 80 promuove la costituzione del "Circolo dell’Angelo di San Massimo". A Sona è fra i soci fondatori dell’ Ass. Cav. Romani e ha contribuito alla nascita de “La Zattera”. Autore di testi teatrali e racconti, dal 2011 collabora con il Baco con una nota di gastronomia filosofica.

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