“I ragazzi di strada”. Storia di un complesso di Lugagnano degli anni Sessanta, tra musica e ricordi

Oggi Renzo Pedoni ha sessantotto anni e porta nel cuore una storia da raccontare, una storia che risale a quando di anni ne aveva sedici e, insieme a quattro amici, aveva fatto della musica la sua passione.

Quando inizia a parlare, il timbro della sua voce è dolcemente nostalgico. Cita i titoli di alcune canzoni, che fanno risuonare nella mente ritornelli lontani. E l’intervista si trasforma ben presto in un tuffo nel passato.

Siamo nel 1966, e a Lugagnano nasce un complesso musicale che, per alcuni anni, calcherà i palcoscenici più famosi del veronese: sono “I ragazzi di strada”, cinque giovani belli ed eleganti, con un repertorio da preparare e un sogno da realizzare.

Sullo sfondo c’è la vitalità musicale che caratterizza la città di Verona, dove erano già nati diversi gruppi.

La società è molto diversa da quella attuale e, alla sera, le occasioni di intrattenimento non sono molte. Renzo Pedoni, Giuliano Montesso, Bruno Miglioranzi e Piero Vantini, tutti e quattro di Lugagnano, decidono di seguire la moda cittadina e di fondare una loro band. Poco dopo si aggiunge anche Rino Chesini di Sona.

Il nome del “complesso”, come lo chiama Renzo, è ispirato alla canzone “Un ragazzo di strada” de I Corvi, uno dei gruppi maggiormente in voga all’epoca.

Renzo Pedoni oggi. Sopra, “I ragazzi di strada” al completo

C’è la passione per la musica, la voglia di provare, ma… Renzo, Giuliano, Bruno e Piero non sanno suonare alcuno strumento, dettaglio che però non sembra essere così rilevante. Quello che conta è impegnarsi davvero, con tutta l’anima, in un progetto che li fa sognare.

Iniziano così ad andare a scuola di musica a Verona, vicino al Duomo. Nessuno di loro ha la patente, visto che sono tutti minorenni, quindi vanno a piedi. Da Lugagnano, due volte a settimana. Il desiderio di imparare è tale che la distanza non li spaventa.

Dopo alcuni mesi di scuola, il gruppo ha i suoi musicisti: Renzo, Giuliano e Piero alle chitarre. Il cantante è Bruno. Rino, che non era andato a scuola con gli altri perché quando si era unito al gruppo già sapeva suonare, è alla batteria.

“Abbiamo comperato gli strumenti alla Zecchini di Verona – ricorda Renzo – e abbiamo iniziato a suonare nel garage di Piero, in via Stazione, un posto un po’ fuori dal paese, in cui non davamo fastidio. E così abbiamo cominciato a crearci il nostro repertorio”.

Il repertorio è formato principalmente da canzoni melodiche, molto ascoltate negli anni Sessanta. I loro cavalli di battaglia sono “Una bambolina che fa no no no” dei Quelli e “Angeli negri” di Fausto Leali.

Una volta creato il repertorio, il gruppo può cominciare a “fare le serate”. Poiché nessuno dei ragazzi ha la patente, per gli spostamenti la band dipende dai genitori. “Il signor Mazzi Irmo ci prestava un camioncino che guidava il papà di Giuliano”, ricorda Renzo.

I ragazzi di strada iniziano a calcare palcoscenici che all’epoca sono vetrine importanti, come quelli del Piper di Verona e del Mini-Piper di Lazise.

Girano inoltre nei vari ristoranti, dove si suona e si balla. Più di una volta, vengono chiamati a “fare da spalla” a gruppi famosi, come quello dei Formula 3, che ha come cantante il grande Lucio Battisti. “I Formula 3 ci avevano anche regalato degli spartiti delle loro canzoni”, racconta Renzo.

A Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, aprono un concerto importante: fanno infatti da spalla a Patty Pravo.

In quegli anni, nei locali frequentati dai giovani brillano le luci del divertimento, ma c’è anche un’ombra inquietante: quella della droga. Renzo ricorda bene quando le serate si interrompevano tutto d’un tratto per l’arrivo dei carabinieri.

“Noi siamo sempre stati bravi ragazzi, ragazzi seri – sottolinea -, e ci siamo sempre tenuti ben lontani dalla strada della droga, però i nostri genitori ci accompagnavano anche perché sapevano bene cosa girava nei locali”.

Nella storia di Renzo ci sono anche alcuni aneddoti che, ancora oggi, lo fanno sorridere. Ricorda ad esempio di quando, tornando da una serata con il camioncino guidato dal papà di Giuliano, si sono addormentati al passaggio a livello di Lugagnano. “Ci ha svegliato il capostazione alle tre del mattino”, racconta.

Una volta I ragazzi di strada vengono chiamati per una tournée di una settimana a Ferrara di Monte Baldo. Stanno cantando “Angeli negri” in piazza, quando, ad un certo punto, si ferma una macchina. Dentro c’è il vescovo, che tira giù il finestrino per ascoltarli e, alla fine della canzone, li applaude e dà loro la benedizione. “Le persone del pubblico si sono emozionate”, ricorda Renzo.

Quando provano nel garage di Piero, c’è sempre tanta gente che li ascolta. Una sera, fanno un concerto nel cinema di Lugagnano, che ora non c’è più, e ad ascoltarli c’è tutto il paese. I fan li seguono, loro firmano autografi. “Noi ci sentivamo dei divi, con tutte quelle ragazze che ci rincorrevano”, aggiunge Renzo con un sorriso.

Una caratteristica del gruppo è quella di vestirsi sempre in modo elegante, preferibilmente in giacca e cravatta. L’abbigliamento è ispirato a quello dei The Rokes, gruppo musicale inglese famoso in quegli anni.

“È stato un periodo meraviglioso – ricorda Renzo con un po’ di nostalgia nello sguardo -, eravamo senza pensieri. Forse sono stati gli anni migliori della mia vita”.

I ragazzi di strada suonano insieme per quasi tre anni, poi il complesso si scioglie per motivi legati alla leva obbligatoria e agli impegni di lavoro. “La promessa era quella di ritrovarci, ma la vita ci ha divisi”, dice Renzo.

L’ex chitarrista de “I ragazzi di strada” ha deciso di raccontare questa storia dopo che uno dei componenti del gruppo è venuto a mancare. Lo scorso autunno, infatti, è morto Giuliano. “Il giorno del funerale, il 2 novembre, ho sofferto molto – dice Renzo -, e mi sono ricordato di quegli anni meravigliosi”.

Il tempo passa inesorabile, ma i bei ricordi restano scolpiti nella mente. La storia raccontata da Renzo parla di un complesso musicale che ha calcato le scene della città e della provincia negli anni Sessanta, ma parla anche di una grande amicizia, che ha colorato di spensieratezza la giovinezza di cinque ragazzi. E l’amicizia riesce a regalare alla vita una musica che continua a suonare nel cuore anche dopo anni.

About Federica Valbusa

Nata nel 1988, coltiva la passione per la scrittura fin da quando era bambina. Ha iniziato a scrivere per Il Baco da Seta nel 2005, all’età di 17 anni. Dopo la maturità classica, ha conseguito la laurea triennale in Filosofia e la laurea magistrale in Scienze filosofiche presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dal febbraio del 2011 è iscritta all’Ordine dei giornalisti, elenco dei pubblicisti, del Veneto e da qualche anno è collaboratrice del quotidiano L’Arena.

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